Storie da Derby: Epsom, arriva il 243^. Giorgio Vitali per Italian Post Racing

Terzo comandamento: “Ricordati di santificare le feste”. Il primo sabato di Giugno significa solo una cosa. Derby di Epsom. O The Derby. Chiamatelo come pensate, ma quello vero, autentico, storico, leggendario, mitico, è il blue ribbon di Epsom. Nei prossimi giorni, grazie al fondamentale contributo del giornalista Giorgio Vitali, vi proporremo alcuni dei suoi scritti più interessanti riguardo all’appuntamento 2024, ormai imminente giunto all’edizione 243 della storia. Un rito che si consuma ogni anno uguale e diverso, con la grande tradizione che incontra il futuro e la modernità. Esserci, ad Epsom, è una costante da dimostrare.

Giorgio Vitali. I ragazzini “di molto tempo fa” se lo ricorderanno ancora: sul libro di testo di inglese delle scuole medie c’era un episodio intitolato “Derby Day”. E questo la diceva lunga su cosa significasse quella corsa per gli inglesi. Un tempo la si disputava il primo mercoledì del mese di giugno (i nobili non avevano bisogno del week-end libero), poi venne posticipata al primo sabato, preceduta dal Lady Day, con le Oaks e le Coronation. Senza grandi cambiamenti nella composizione del pubblico: perché al Derby ci si doveva – e in parte ancora oggi si deve – andare.

E almeno una volta nella vita un vero ippico, da qualsiasi Paese provenga, dovrebbe varcare i cancelli di Epsom. Perché? Ci sono mille ragioni, e se si considerano quelle strettamente tecniche la risposta è ancora stampata a caratteri cubitali all’interno della tribuna dell’ippodromo: “Il purosangue esiste perché la sua selezione è dipesa non da esperti, tecnici o zoologi, ma da un pezzo di legno: il palo d’arrivo in cima alla dirittura del Derby di Epsom”. Firmato Federico Tesio. Il sogno di tutti gli allevatori e di tutti i proprietari dunque: vincerlo, ma anche solo correrlo, anche solo essere ammessi al tondino di presentazione: non per nulla un gruppo di appassionati si consorziò qualche decennio fa e al Derby fece debuttare un cavallo a 1000. Giusto per provare il brivido, appunto. Ma se le altre ragioni più tecniche possono essere discutibili e variabili di edizione in edizione – di fatto solo raramente la corsa ha consacrato un fenomeno poi riconosciuto e confermatosi come tale (anche se di nomi eccellenti ce ne sono eccome), oltre al fatto che comunque non tutti i soggetti possono trovarsi a loro agio su un percorso fra i più folli del mondo – il Derby Day rimane un mito, una esperienza imperdibile, una giornata da segnarsi nel libro dei ricordi.

L’uscita del Tattenham Corner

L’arrivo all’ippodromo è già uno spettacolo: se lo si raggiunge in auto o in treno dal lato dell’ ingresso in retta di arrivo si ha il primo choc. Perché il Tattenham Corner non è un curva, e osservare la ripresa televisiva non dà un’idea corretta dell’inclinazione: è un tuffo da brivido verso quel palo citato da Tesio. Un palo ancora lontano, lontanissimo, anche se molto si decide in quel punto, perché se un soggetto perde il bilanciamento lì rischia di gettare alle ortiche speranze e preparazione. Le tribune di oggi sono molto diverse da quelle di un tempo, quando il tondino era in fondo alla retta di arrivo, i fantini ci arrivavano con un pulmino, al pubblico veniva richiesto un supplemento sul biglietto all’ingresso del corridoio e per raggiungere la partenza i cavalli attraversavano The Hill, la collina che separa la retta opposta da quella delle tribune.

Oggi è tutto concentrato, il tondino è alle spalle del Queen Stand, e lo speaker nomina ad uno ad uno i partecipanti che percorrono a ritroso la pista per andare alla gabbie. Ma in fondo la folla, il pubblico, la massa di spettatori – la si chiami come si vuole – non è molto diversa. Nobili (quelli rimasti) nel Queen Stand, ma non più fra di loro, perché benestanti e arricchiti di ogni sorta sono ben lieti di pagare la somma non da poco del biglietto (e se si aggiungono consumazioni, o il pacchetto con pranzo le cifre sono da capogiro); e pubblico meno spendaccione nell’altra grande tribuna, negli spazi appositamente creati (con formule tipo biglietto + pic nic + bottiglia di champagne), perfino a ridosso della leggendaria curva finale di cui sopra. E poi ci sono i bus, coloratissimi e caciarosissimi, quelli a due piani, col piano superiore scoperto e pieno di gente: arrivano presto, i viaggiatori con la bottiglia in mano e si fermano ai bordi interni della pista fino a riunione conclusa. Magari non ci sono più i cartomanti che predicevano la fortuna, o i vecchietti che vendevano un foglietto con scritto il nome “del cavallo che non poteva perdere”, ed anche al prato – accesso libero sulla “collina” e il piacere di stendere una tovaglia e mangiarsi un panino, ma “essendoci” – di gente ce n’è meno, ma lo spirito è sempre lo stesso. Quello di ammirare la corsa? Ma assolutamente no! Basta notare i pochi che si portano il binocolo. Già dalle tribune se si è fortunati e si è in buona posizione della corsa si segue la retta d’arrivo (troppo lontani i cavalli quando salgono e scendono sulle rette di fronte, e poi la vista è ostacolata dalle cabine delle bibite, dai tendoni vari, dagli elicotteri posteggiati e dalle giostre, sì, perché anche le giostre non sono mai mancate, e su e giù per tutto il tempo, tanto da lì in mezzo chi li fila i cavalli?). Ma soprattutto perché gli inglesi sono ad Epsom per il Derby Day, per scommettere, questo sì, per dare un’occhiata al programma: ma prima di ogni altra cosa per divertirsi, ridere, scherzare, bere – anche troppo! – e ascoltare la cronaca in attesa che lo speaker pronunci il nome del favorito, o del cavallo montato da Lanfranco (quando c’era), o da Ryan Moore, per fare partire il boato.

E poi abiti stravaganti, morning dress, donne e uomini eleganti, ragazze seminude anche quando ci sono 9 gradi, esibizioni sui trampoli, gente travestita da pantera o da cavallo: di tutto e di più. Compresa la banda che si esibisce fra la folla e il quartetto d’archi che suona nello spazio fra bar e punti gioco del Queen Stand. Ecco, l’abbiamo nominata, la Regina! La grande Sacerdotessa che ci ha lasciato e ha lasciato l’ippica due anni fa. A Epsom la Regina non poteva mancare: ed anche questo era un rito e un bagno di folla. Arrivava alle 13 percorrendo il corridoio laterale della retta d’arrivo, fra il tripudio della gente. Scendeva dall’auto davanti al palo d’arrivo (sempre quello!), ascoltava il God save the Queen, e poi si dirigeva verso la sua tribuna dopo qualche presentazione, ma con in animo di godersi quella giornata della quale, lei, tutto sapeva e tutto seguiva, mica come i sudditi lì solo per ridere e scherzare. L’ultima volta il rito si compì e si chiuse un cerchio della Storia: la Regina scese, ascoltò l’inno, e si diresse a svelare una statua posizionata all’ingresso del Queen Stand. Ad attenderla c’era lui, Lester, al quale Epsom già aveva dedicato un Gate con i medaglioni delle sue vittorie nel Derby ed ora gli aveva eretto anche la statua. E i due grandi dell’Ippica – la Regina e il fantino – si intrattennero a lungo, come vecchi amici entrati nella leggenda di quel Luogo che una volta nella vita un ippico deve visitare. 

STORIE DA DERBY DAY

Madre e figlia: lei piuttosto avanti con gli anni, magra, alta. La figlia con le borse col cibo, le bevande. E tutte e due con un seggiolino pieghevole in mano. Per anni si vedevano arrivare prestissimo al mattino ad Epsom, passando per il lungo sentiero sulla collina, quello a libero accesso, per raggiungere un francobollo di terreno sterrato: giusto una finestra per un passaggio per attraversare la pista e raggiungere il Queen Stand dai parcheggi interni. Un passaggio collocato fra due tribune interne allo steccato, una delle quali – la destra per le due signore – destinata ad accogliere la fanfara che saluta l’entrata in pista dei partecipanti. Non più di tre metri, forse meno, ma sufficienti per ammirare i cavalli ancora lanciati, dopo aver superato il palo di arrivo posto in mezzo alla tribunetta di destra, quella per la fanfara.  E stavano lì, tutto il giorno, ascoltando i commenti dello speaker e la cronaca della corsa, ma senza un monitor, senza nulla che non fossero quei pochi istanti di transito dei purosangue. E se ne stavano lì fino al momento del Derby: ore ed ore. Poi, ammirato il vincitore passare ancora in piena spinta per un secondo e poi scomparire coperto dalla tribuna di sinistra, raccoglievano le loro cose e se ne andavano. Contente. Era il “loro Derby Day”. Ma quando dobbiamo spiegare cosa sia la passione per i cavalli, cosa rappresenti la più importante corsa del mondo, e cosa significhi “esserci”, non c’è storia migliore delle due signore, madre e figlia, con pic nic improvvisato e seggiolino portatile.

By Redazione

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