Derby Italiano, – 5. Quando si correva di giovedì. La storia del Derby, di Mario Berardelli

Mancano 300 al traguardo, la situazione si sta facendo nitida: Chemo, Vestro, Fruscolo e Mileto iniziano ad entrare in debito, si capisce che il Derby sta diventando un match tra Rio Marin e Songkoi. A 200 dal palo Otello decide di sferrare l’attacco finale, alita ai fianchi del potente figlio di Traghetto, dal telaio molto più imponente del suo Songkoi, dà la impressione anche di essere passato leggermente in vantaggio. Emozione alle stelle. Il “Grancio” è un furbone, un artista della cravache, si è tenuto ancora qualcosa e sa che il suo cavallo può contare sul fisico. Ciò che resta lo getta tutto sul piatto negli ultimi 70 o 80 metri. Otello non molla la presa, la lotta è drammatica, un testa a testa incertissimo ma alla fine tre quarti di lunghezza regalano il Nastro Azzurro a Rio Marin, a Saverio Pacifici, il “ Grancio” , a Gino Mantovani al quarto Derby della vita.

Otello Fancera si arrende solo sul palo e con lui Guido Berardelli ad un passo dal sogno. Luigino Regoli oltre al secondo posto di Songkoi finisce anche terzo con Chemo. Volete avere una idea di quanto fosse sulla cresta dell’onda il nostro Turf? Rio Marin un paio di anni dopo saprà vincere a Baden Baden ma il tre anni migliore fu Exar che vinse  l’Italia e il Milano e poi un anno dopo la Doncaster Cup mentre la femmina più forte fu Feria che diede al galoppo nientemeno che Gyr, runner up di Nijinskij.

Accade tutto nel pomeriggio del primo giovedì di maggio del 59. Come giovedì? Perché è cosi dal giorno di Andreina e lo sarà sempre fino alla metà degli anni 70 quando si scelse la domenica. Come mai? Per la semplice ragione che tutto il Turf nel mondo, come ben sappiamo, è tributario intellettualmente e tecnicamente nei confronti di quello Inglese. Il Derby di Epsom, inventato da mr. Stanley, dodicesimo conte di Derby, si è disputato fino ad una ventina di anni orsono, se la memoria non ci inganna, sempre di mercoledì, il primo mercoledì di giugno, Bank Holiday, festa nazionale, pensate un po’.

Andreina, il primo cavallo a vincere il Derby Italiano

Noi, nel 1884, scegliemmo il giovedì ed è fantastico il racconto di quel pomeriggio che sul giornale di cui era inviato, ci regalò il ventenne Gabriele D’Annunzio. Da quel giorno Roma si è sempre come fermata, la città ogni volta piena di manifesti e striscioni, i social di allora, la via Appia era a una sola corsia e dalla tarda mattinata colonne di automobili si indirizzavano verso Capannelle, altri sceglievano la Pignatelli che dopo il Quarto Miglio confluiva anche essa nella Regina Viarum, sulla cui sinistra sfrecciava , si fa per dire, il celebre tram che dalla stazione portava fino all’ingresso di Capannelle . Proprio quello che Fellini ha celebrato in Roma , facendolo sferragliare (tutto nel mitico studio 5) in piazza Re di Roma …. Maggio del 64, capolavoro di Luigino Regoli e soprattutto la magia assoluta dell’ultimo Etrusco, Marcellino Andreucci, la  “ Volpe“ di Tarquinia. Il Nastro Azzurro di Diacono è molto anche il derby di Marcellino che concederà il bis un anno dopo con Varano. Soprattutto è anche  il trionfo di un meraviglioso proprietario quale seppe essere Neni Da Zara, gli ostacoli sempre nel cuore … La contro prestazione di quel giorno ha il nome di Corfinio che poi sarà il migliore della annata perché un anno dopo andò a  vincere il Dollar, mica una corsetta. Il Derby, si sa, capita una sola volta nella vita di un cavallo, o quel giorno o mai più. 

Gabriele D’Annunzio ha raccontato il Derby

Sion fu il primo a tentare la sortita nel momento topico della corsa, sfilando in corda, pian piano si faceva sotto Maxim, molto atteso e poi laureato nell’Italia. Maxin lotta e supera Sion in lieve calo, è fatta ma dal cilindro di Marcellino salta fuori Diacono come per magia Diac. Corto muso sul palo e Nastro Azzurro in tasca …. E tutti o quasi anche in bianco. Capolavoro. Vi ricordate  di Ortis? Ah … la Golden Age degli anni 70. Che meraviglia. Passeggiata alle Capannelle nelle mani di Bryan Taylor, gestione del Cavalier Benetti, colori iconici di Carlo Vittadini che aveva allevato il figlio di Tissot con Paolo Mezzanotte. Vocazione mercuriana sublime. Trasferito in Inghilterra , a quattro anni seppe far sue le Hardwicke e nelle King George segui soltanto Mill Reef. Già, la corsa dei Diamanti, a quei tempi sopra persino all’Arco di Longchamp.  In quattro o cinque anni Carlo Vittadini fu primo con Grundy, secondo con Ortis e Orange Bay e ancora terzo con Orange Bay… mentre Carlo D’Alessio trionfava due volte consecutive nelle Ghinee con Bolkonski e Wollow e nella Gold Cup con Le Moss.

Mamma mia….Ecco, anche Orange Bay è partito da Capannelle e dal suo Derby, sempre Taylor up, con il solo Re Carlo Ferrari (vinse con Hogarth) in sella a Pierre Curie a tentare l’impossibile colpaccio, secondo a due lunghezze e gli altri molto più indietro. Che leggenda quel 1975 per Carlo Vittadini e per il Turf italiano: Grundy vince il derby di Epsom, Orange Bay quello di Roma, ancora Grundy si impone al Curragh e Patch perde per una narice da Val de L’Orne il Derby di Chantilly. Immenso e gigantesco proprietario e allevatore. 

Tre anni prima, siamo nel 72, ecco il Derby della grande svolta genealogica, il nuovo che avanza e l’antico che si piega. Gay Lussac, tre per tre su Nasrullah, quindi Nearco a gogò, agile, brillante, feroce nel cambio di passo dà vita ad uno dei duelli più epici nella storia del nostro nastro azzurro. Ci sono solo loro due : Tierceron e Gay Lussac. Dormello e Carlo D’Alessio. Marcellino Andreucci e Sergio Fancera. C’è il dubbio che il figlio di Fabergè non regga i 2400, per questo Tierceron rompe gli indugi addirittura in curva, via e pedalare. Fa il vuoto, alla fine il terzo sarà a nove lunghezze dal secondo. In retta si arrocca in corda, manda fino ed oltre il proprio limite. Gay Lussac e Sergio non fanno una piega, lo seguono senza una stilla di sudore…. Quando, come il Toreador, Sergio decide di affondare il colpo cala il sipario. Gay Lussac sposta, vola via  sublime, Tierceron, il classico per eccellenza (Relko e Tadolina da Neckar e Trevisana)  si arrende. In un amen tre lunghezze fermando. Si volta pagina, ci rendiamo tutti conto che siamo già da una decina di anni, nel mondo nuovo di Nearco, il nostro Nearco padrone del Turf mondiale.

E poi? Il fantastico Sirlad un paio di anni dopo, sempre Nearco e Narsullah. Il capolavoro di Gaetano Benetti, la gioia di Tonino Di Nardo. Che campione, a Roma scava un abisso, Capo Bon, il secondo, chiude a nove lunghezze. In America ci dirà davvero di essere stato un fuoriclasse. L’ennesima pagina che si volta la abbiamo nel 1981. La fine di un’era, l’inizio del turf contemporaneo e mercuriano anche in Italia. Derby aperto a tutti e non solo agli indigeni. Arriva e vince il primo invader. Che onore la giubba di Paul Mellon, eh già quella di Mill Reef. Vince Glint of Gold  e nobilita come meglio non si sarebbe potuto immaginare la nostra corsa. Due settimane dopo sarà secondo di Shergar ad Epsom. Che cavalcata, che storia, che leggende in 140 anni da Andreina in poi e di quel pomeriggio ci ha lasciato pagina stupenda sul giornale di cui era inviato il ventenne Gabriele D’Annunzio…. Eh si perché dinanzi a quel palo di arrivo sono passati davanti a tutti gli altri fuoriclasse come Apelle, Ortello, Jacopa del Sellaio, Pilade sul compagno Crapom, Arc winner, Archidamia l’ultima femmina, Donatello, Nearco , Orsenigo, Tenerani, Botticelli, Sedan, Appiani, Ruysdael, Hogarth… e dopo , nel turf dei nostri giorni? Altro che: Welnor che batte Bob Back, Tisserand che ha la meglio su Carrol House, un campione internazionale come White Muzzle, Falbrav che finisce secondo, come Ramonti, altro fenomeno. Come Rakti che vince al pari di Wothadd nel derby sui 2200 metri, tutti grandi campioni internazionali. Il resto è cronaca di ieri, vero ma adesso che il grande giorno sta per arrivare ancora una volta, come sempre.

Allora  pronti tutti a vivere una emozione unica, con le gambe che tremano, il cuore che batte fortissimo, la gioia e l’orgoglio di esserci. Che meraviglia, è il derby day, non scherziamo. Tutti a Capannelle, domenica 19. Tranquilli il miracolo del Derby si ripeterà ancora una volta. Evviva!

DAL TROTTO & TURF DEL 12 LUGLIO 2020. MARIO BERARDELLI

Derby! Magica parola entrata ormai e da tempo immemorabile nell’uso comune con un significato che è andato ben aldilà delle originali intenzioni e ciò la dice lunga, eccome, sulla enorme importanza che il fenomeno corse e allevamento, ippica in sostanza, ha avuto sulla evoluzione del Costume, della Società e della Cultura nel mondo. 

Oggi, a loro insaputa, una infinità di persone usa il termine Derby per indicare qualsiasi accadimento di importanza suprema, scontro diretto risolutivo ed in ogni campo d’azione. E’ derby, nello sport, la partita di calcio di tradizione assoluta, la sfida tra personaggi sportivi per la supremazia definitiva. È Derby, nella vita sociale, politica e di costume, ogni sfida il cui esito cambierà le sorti e la situazione in generale. Davvero quasi mai nella Storia del costume un termine immediato, semplice, facile ha assunto un significato universale quasi cancellando quello originale. 

Anni fa chiacchierando con alcuni amici digiuni di corse, ricordavo loro che di li a poche settimane si sarebbe disputato alle Capannelle il derby di galoppo. Uno di loro compiaciuto mi disse … -“Siete stati proprio furbi a dare alla vostra corsa un nome cosi noto e riconoscibile e senza neppure pagare …” Senza saperlo il mio amico ci aveva reso il massimo tributo immaginabile: l’ippica consacrata come maestra di costume e cultura. 

Si perché, meglio chiarirlo per la ennesima volta, un termine dalla valenza cosi universale è farina solo del nostro sacco. O meglio della genialità di alcuni ippici inglesi che alla fine degli anni 70 del 1700 ebbero il colpo di genio di inventare la madre di tutte le corse. Anche la zia perché, già che c’erano, crearono anche le Oaks. Dove sta, ippicamente, la assoluta genialità? Nel fatto di riservare la partecipazione a queste due corse (Derby ed Oaks appunto) soltanto ai cavalli (nelle Oaks solo femmine) di tre anni. Una volta sola nella vita, straordinario e di conseguenza ambitissimo. 40 anni dopo arrivarono anche le Ghinee e invece contestualmente fu ideato il St Leger. Parentesi tecnica indispensabile: la autentica selezione, il fine per cui esiste l’ippica e di conseguenza le corse e l’allevamento, si manifesta ovviamente nelle prove intergenerazionali la cui valenza è per forza di cose autentica al massimo. Verissimo ma il fascino è un’altra cosa per cui da quasi 250 anni ogni ippico sogna di vincere il Derby, possibilmente quello di Epsom ma va bene anche quello della propria nazione perché, sia ben chiaro, in ogni parte del mondo si disputa un derby e in Italia domani per la prima volta in luglio. Tanto per mettere i puntini sulle “i”. 

Rinfreschiamoci la memoria ma rapidamente. Oaks era il nome della residenza che Edward Smith Stanley, in quell’epoca già dodicesimo Conte di Derby, (la sua grande passione erano i combattimenti dei galli) quindi nobiltà consolidata, possedeva nella zona di Epsom, abbastanza vicino a Londra. Sul nome Oaks le cronache non riportano discussioni ma su quello della corsa suprema per i cavalli di tre anni invece si. In quella conviviale riunione erano presenti in parecchi, tra cui lady Hamilton moglie di Lord Derby, la cronaca lentamente è trasfigurata in leggenda e la cosa ci piace, via ammettiamolo. Anzi, ad ogni racconto ognuno di noi aggiunge qualcosa ma la sostanza è semplice: Lord Derby metteva il pallone come all’oratorio, in questo caso i terreni di sua proprietà, ergo esigeva che alla corsa venisse dato il suo nome, anzi quello della casata, chiaro, breve e semplice. Tutti d’accordo tranne Sir Charles Bunbury, una sorta di pedante ma geniale studioso ippico e non solo, forse (ci piace sia cosi) colui cui si deve la idea iniziale. Anche lui, forse legittimamente, riteneva giusto dare il suo nome alla corsa. Non cedette di un millimetro e cosi alla fine, narra la leggenda, non ci fu altra soluzione che il lancio della monetina che favorì Lord Derby e condanno all’oblio Sir Bunbury. 

 Qui volendo possiamo dare un contributo di fantasia alla leggenda immaginando, falsamente è chiaro ma è gustoso, che la monetina lanciata in aria dal dodicesimo Conte di Derby avesse solo due teste e nessuna croce, tanto Bunbury era un perdente consueto e neppure di successo…. Già Bunbury ! Vi rendete conto che se avesse avuto soddisfazione noi domani disputeremmo l’ennesimo Bunbury italiano di galoppo e in tutto il mondo, in primis in Inghilterra, si farebbe altrettanto? E del Bunbury Roma-Lazio o Inter-Milan vogliamo parlare? Tranquilli ciò che ora sembra cacofonico in realtà ormai sarebbe consueto e normale dopo 250 anni….. Eh si quello di quest’anno è davvero un Bunbury di ottimo livello, ah quante volte ci saremmo sorpresi a dirlo. Bunbury, Bunbury…. Ma chi era poi costui, novello Carneade? Intanto ha vissuto a lungo che non guasta: nato nel 1740 e scomparso nel 1821. Piano a considerarlo uno zero: è lui ad aver vinto , meraviglia del fato, con Diomed (giubba a strisce bianche e rosa) la prima edizione del Derby e fece anche in tempo a vincere una edizione delle Ghinee. Insomma era uno autentico.

Era un baronetto, il sesto della serie famigliare, è stato un politico, deputato alla Camera dei Comuni. Il babbo era Vicario nel Suffolk, non arriva da li comunque l’essere noioso perché Henry, il fratello, fu un celebrato caricaturista dell’epoca, dunque allegro. Come politico fu di lungo corso, di fatto una quarantina di anni alla Camera sono un buon curriculum anche se i resoconti non ricordano suoi interventi memorabili. Insomma non fu un Disraeli oppure un Gladstone ma non era uno qualunque. Nel nostro mondo fu ovviamente socio e consigliere del Jockey Club, insomma era uno che di ippica capiva eccome. Anche perché amava muoversi e spesso si spostava anche in Francia dove ebbe modo di frequentare il Conte d’Artois (futuro Carlo decimo) e, purtroppo per lui il Duca di Gontaut Biron ( sul quale ci sarebbe da scrivere una storia, lo ha fatto mirabilmente Benedetta Craveri nell’imperdibile Gli Ultimi Libertini). 

Purtroppo perché Gontaut Biron fu incallito tombeur des femmes e naturalmente di lui si innamorò anche la moglie di Bunbury ma fu episodio breve e senza conseguenze. Dai suoi viaggi, oltre che cornificato, comunque Bumbury tornò più esperto e con buone relazioni ippiche. La moglie era socialmente sopra standard per lui, in fondo. Lady Sarah era la figlia di Charles Lennox , secondo Duca di Richmond e qui siamo al massimo. Infatti il primo Duca di Richmond era il frutto della relazione adulterina tra Carlo secondo , fresco di restaurazione dopo Crownwell, ed una bellissima dama francese, in realtà una spia (una sorta di Milady) per conto del re di Francia. Carlo comunque si fece carico del figlio nominandolo primo Duca di Richmond ed il secondo fu appunto il padre di lady Sarah che andò in sposa al nostro Sir, cui stiamo volendo sempre più bene, ma che non fu il massimo della fedeltà. Infatti ebbe un figlio dal suo amante, Lord William Gordon. Sir Bunbury lo avrebbe anche generosamente riconosciuto ma Sarah preferì il divorzio (per averlo in Inghilterra hanno fatto uno scisma) e pare che al povero Gordon diede poi una serie nutrita di altri figli (suoi? ammonirebbe Jago ). 

Cosi sir Charles Bunbury sposò Margaret Cocksedge ma non ebbero continuatori. D’accordo un personaggio grigio , opaco e pedante (pare che in Parlamento massacrò i colleghi con una relazione interminabile sulla navigazione fluviale o roba simile, inascoltabile), sfortunato anche (non solo per la monetina)non era un piacione ma era uno dei nostri perché non si vince la prima edizione del Derby, pardon del Bunbury, se non si è grandi ippici. Oggi è soltanto un grosso handicap in Inghilterra, che vergogna. Caro vecchio sir Charles Bunbury, da oggi hai un posto privilegiato nei cuori di ogni vero ippico. Viva sir Thomas Charles!

Mario Berardelli

By Redazione

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