Buon compleanno Ribot! Il mito nacque 72 anni fa. La storia

Il 27 febbraio 1952 sui prati di Newmarket, la fattrice Romanella, vincitrice a due anni del Criterium nazionale, diede alla luce un piccolo cavallino. Padre della creatura era un campione rinomato, Tenerani, vincitore nel 1947 del Derby italiano di galoppo, del Gran Premio di Milano, del St.Leger italiano, delle Queen Elizabeth Stakes e della Goodwood Cup. Nonostante il puledro fosse piccolo e sproporzionato, data anche la levatura dei genitori, il suo allevatore Federico Tesio, fondatore della Razza Dormello Olgiata, già allevatore di Nearco, decise di farlo diventare comunque un cavallo da corsa.

Fu chiamato Ribot in omaggio al pittore francese Théodule Ribot. Il debutto avvenne il 4 luglio di due anni dopo, nel premio Tramuschio, sulla distanza dei 1000 metri. Come sarebbe avvenuto in molte altre delle sue vittorie, Ribot distaccò i suoi coetanei, cogliendo un facile successo. Alla fine saranno 16 vittorie su 16, tra cui l’Arc de Triomphe del 1955 e 1956, King George Stakes 1956, G.P. di Milano 1956, Jockey Club 1955, prima della carriera di riproduttore.

“Ribot non galoppava, volava. Ribot era venuto al mondo con un fisico molto ordinario, non certo bello, anzi un po’ sgraziato, ma aveva una qualità unica e forse irripetibile: a ogni ispirazione immagazzinava 26 litri d’aria, il 30 per cento in più di un normale cavallo da corsa. Era una caratteristica anatomica che lo accomunava a Coppi grazie a una cavità toracica più profonda. E poi aveva cuore e cervello. Tutti i cavalli hanno muscoli e polmoni per correre ma il cuore serve per lottare e il cervello per vincere e Ribot aveva un grande cuore e un’intelligenza straordinaria, oltre a una leggerezza ineguagliabile. Ribot non galoppava, volava”.

Come scrive Mario Berardelli: “Ribot è stato il capolavoro assoluto di Federico Tesio, io direi anche della grande ippica italiana, del grande galoppo italiano, in un momento post-guerra in cui l’intero Paese rialzava un po’ la testa. Un nome che solletica immediatamente non soltanto l’immaginario collettivo ma tutte le corde dei nostri sentimenti. In fondo, per chiunque soprattutto non ippico, Ribot è il Cavallo, punto e basta. Del resto in effetti la sua non è certamente fama usurpata anche se ovviamente una attenta analisi tecnica lo colloca insieme ad altri immensi campioni in una sorta di paradiso non comunque monocratico nel quale ognuno è libero di scegliersi il proprio punto di riferimento magari condizionato dalla età e dalla personale esperienza. La sequenza Arco, King George, Arco è qualcosa di gigantesco e sul piano della pura carriera di corse ammettiamo senza dubbio che colloca il figlio di Tenerani e Romanella un buon gradino più in alto di quello occupato dal figlio di Pharos e Nogara, cioè Nearco.

Ribot se ne va nell’aprile del 1972, dopo essere stato coccolato da stallone, nel Kentucky, a Lexington, terra della “blue grass”. L’annuncio al tg Rai dell’epoca provoca qualche lacrima e molti ricordi. Per un galoppo in profonda crisi in Italia non resta che rivedere anche oggi le immagini di 70 anni fa e la storia del cavallo imbattibile col nome del poco noto acquarellista francese, e sperare che un giorno torneremo a far nascere campioni simili. Non uguali, perchè Ribot è Ribot.

By Gabriele Candi

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